Laboratorio di Storia

Anno Scolastico 2005-06
Anno Scolastico 2004-05
Anno Scolastico 2003-04

 

Ottobre 2004

NOI RICORDIAMO: ROMA 1943/’44 – 2003/’04

Il cammino della memoria:Il viaggio ad Auschwitz

19-20-21 ottobre 2004

Liceo Sperimentale “Bertrand Russell”

Gli studenti:Fabio Fraternali, Alessandro Minore, Michela Puddu,

Marta Zappala’, Luca Gramatica

L’insegnante: Simonetta M. Madussi

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Il nostro viaggio della memoria inizia in una mattinata di splendido sole. Duecento studenti con i loro insegnanti.Cominciamo la visita dal luogo dimenticato, dalla “judenrampe”, la rampa degli ebrei, il binario dove arrivavano i deportati; oggi quasi soffocata dall’erba e dall’incuria. Marcello Pezzetti, i sopravvissuti Piero e Enzo Terracina, Shlomo Venezia, Enzo Camerino, le sorelle Bucci, il Sindaco di Roma sono le nostre guide. Siamo tanti, quasi duecento tra studenti e insegnanti; impossibile seguire tutti le stesse persone che parlano. Ci dividiamo, ogni gruppo segue qualche testimone, ma ci sono anche delle guide polacche che raccontano la  storia come la tramandano nel loro paese e il confronto appare stimolante: non sempre le versioni convergono. In Polonia, prima della guerra, vivevano 3.200.000 ebrei, molti di loro fuggiti dai pogrom russi. Ma c’erano anche 9.000.000 di individui che appartenevano a diverse minoranze:(bielorussi, ucraini,ungheresi,tedeschi..) I nazisti dal ’33 al ’39 avevano già realizzato in Germania la costruzione di un universo “concentrazionario”, campi di concentramento  in cui venivano imprigionati gli appartenenti alle minoranze non tollerate: gli oppositori politici, gli “asozialen”, testimoni di Jeova,omosessuali, zingari, minorati mentali. Gli ebrei detenuti in tale circostanza lo erano perché appartenenti ad una di queste categorie, soprattutto al gruppo dei politici. Tale operazione voleva attuare una “bonifica razziale interna”, il primo passo della ripulitura delle città tedesche da quell’umanità ritenuta inquinante, ma non ancora così pericolosa da ritenere necessaria la destinazione a morte sicura. Piuttosto, veniva favorita l’emigrazione ebraica, in modo da salvaguardare la comunità tedesca, ma semplicemente  “svuotandola” dagli ebrei. Quando arrivarono in Polonia, nel ’39, i nazisti estesero quell’esperimento agli ebrei polacchi, per cacciarli dal “Governatorato Generale”, cioè dalla Polonia occidentale, con capitale Cracovia, che era stata occupata dai tedeschi in seguito al patto Molotov- Ribbentrop con il quale si riconosceva alla Russia il diritto all’occupazione della regione orientale. Nei confronti degli Ebrei è stata avviata già da tempo un’opera sistematica di propaganda denigratoria, mediante manifesti o illustrazioni in cui spesso essi vengono raffigurati come topi che fuoriescono dalle fogne,  o come virus, e nei quali le immagini suggeriscono la necessità della loro eliminazione per ragioni “igieniche”. Dal ’40 al ’42 si attua un ulteriore passo: gli Ebrei vengono rinchiusi nei ghetti delle varie città, ma  non nei campi di concentramento. E’ solo dopo il 1941, con l’occupazione totale della Polonia, che nasce il problema ebraico perché moltissimi sono gli ebrei presenti sul territorio, nella maggior parte nei casi giunti qui dalla Russia, da cui sono fuggiti  per sfuggire ai pogrom. Gli Ebrei vengono ora “concentrati” vicino alle città industriali e ai grandi  snodi ferroviari che le servono. Il più importante di questi è quello di Oswiecim, vicino al quale si sviluppa il campo di Auschwitz, dove viene fatta confluire, tramite la rete ferroviaria, una grande parte dei prigionieri per sfruttarne la forza lavoro nei campi, nelle miniere di carbone e nelle industrie chimiche. Tutti i prigionieri sono sottoposti ad un regime di feroce sfruttamento.Nei confronti della popolazione slava viene anche organizzata una persecuzione, ma la finalità, in questo caso, è quella di schiavizzarla in quanto razza inferiore, non di sterminarla. Lo sterminio è riservato agli ebrei, ma  inizia solo dopo il ’41 e successivamente all’attacco contro la Russia. L’ordine è: uccidere tutti i commissari politici sovietici e tutti gli ebrei.  Questi ultimi cominciano così ad essere “concentrati” in alcuni luoghi, appositamente allestiti e scientificamente distribuiti sul territorio. Vengono stilate liste dei loro nominativi  in modo da avviarli, mediante procedure meticolose, ad un percorso che li porterà ineluttabilmente all’eliminazione. Ma l’entità numerica sempre più massiccia dei deportati crea problemi tecnici notevoli. Risulta difficile la “liquidazione” dei cadaveri, e questo obiettivo finisce con il trasformarsi in un’autentica ossessione. Altissimo è il rischio di inquinamento delle falde acquifere. Diviene impossibile mantenere segreta l’attività di sterminio, nonostante la cura con cui, a scopo precauzionale, quando  nei documenti ufficiali è necessario fare riferimento ad essa, si usino vari termini di significato neutro, di tipo tecnicistico, o eufemismi. Cresce di giorno in giorno anche la difficoltà di reperire gli esecutori delle eliminazioni fisiche: i soldati incaricati del “lavoro” sono sempre più giovani, più instabili psicologicamente e perciò meno affidabili. Tecnicamente l’eliminazione degli ebrei segue le linee del programma “azione T4”, il progetto che prevedeva fin dal ’39,  l’ eutanasia e la cremazione dei disabili. All’inizio vengono utilizzati gli stessi medici, infermieri e “fuochisti” che avevano operato al servizio di quello e che ora vengono spediti a realizzare l’operazione “Action Reinhard” cioè la soppressione degli ebrei polacchi. Alcuni di loro vengono eliminati direttamente sui camion che li trasportano. Gli ebrei baltici russi sono stati fucilati, ma  con i grandi numeri quel tipo di liquidazione risulta ormai troppo costoso e bisogna studiare un nuovo metodo che sia efficace, rapido, sicuro ed economico. Gli ebrei italiani vengono colpiti dopo l’8 settembre del ‘43, ma il loro destino appare segnato fin dalla introduzione delle leggi razziali , nel ’38. Nell’Europa occidentale occupata, per motivi di opportunità politica, non risulta conveniente costituire campi di eliminazione. L’unica eccezione è costituita dalla risiera di S. Sabba dove però vengono eliminati  soprattutto oppositori politici. Dunque viene organizzata la deportazione, spesso con la collaborazione della popolazione locale: fascisti in Italia, collaborazionisti nella Repubblica di Vichy in Francia, filonazisti in Polonia. E a questo scopo vengono realizzati campi di transito, come Fossoli in Italia. Il maggior numero di campi viene creato in Polonia, che è già Europa Orientale, ma che è anche  abbastanza  vicina ai confini occidentali da consentire il risparmio sui trasporti. Il più famoso è appunto quello vicino al nodo di Oswiecim, al centro dell’intera rete ferroviaria dell ’Europa occupata:  il campo di Auschwitz.

Auschwitz è costituito in realtà di tre campi. Il primo si estende per 47 ettari e viene  costruito nel 1940. Quando questo diviene insufficiente, nel 1942,  nasce Auschwitz 2 - Birkenau: 147 ettari di terreno sui quali sorgono le 300 baracche in cui verranno stipati, ad ondate successive, milioni di ebrei . Nel primo campo gli edifici sono in muratura perché sono stati originariamente costruiti per i militari e solo in seguito utilizzati per i prigionieri. Ma ad Auschwitz Birkenau, proprio in ragione dei grandi numeri e per la necessità di approntare in breve tempo ricoveri per i nuovi arrivati, le baracche vengono costruite in legno, ciascuna con una capienza di 300 persone, anche se spesso risultano stipate fino a contenere 500 e più individui. Di esse rimangono oggi in piedi solo i camini per il riscaldamento, che si ergono solitari sul terreno del campo, perché, essendo l’unica struttura di mattoni, non sono stati saccheggiati per decenni dalla  popolazione locale più povera, alla ricerca di legna da ardere. I vari settori di Auschwitz-Birkenau sono attraversati da un terrapieno, su cui correvano i binari che dalla stazione della cosiddetta “Judenrampe” arrivavano fino all’interno del campo; i lati del terrapieno, si allungano due lunghi e profondi fossati, scavati per i drenaggio del terreno acquitrinoso, secondo quanto dicevano i responsabili  del campo facendo riferimento alla Vistola,  che è a un passo, ma che servivano in realtà per impedire fughe. Chiunque avesse osato saltare dal treno o dai binari, non avrebbe mai fatto in tempo a risalire dai fossati senza essere mitragliato. Auschwitz 3 costituiva invece  il polo chimico. Il lavoro, affidato a persone con le necessarie competenze tecniche, era finalizzato all’industria bellica: un paradiso in confronto agli altri campi, come attesta la testimonianza di Primo Levi che lì era stato mandato. Intanto si sta lavorando alla soluzione del problema logistico costituito dalla necessità di eliminare fisicamente il più gran numero di persone al costo più economico. Si sperimenta un nuovo gas, il Cyclon B, acido cianidrico, che era  usato precedentemente come disinfestante. Esso si combina con l’emoglobina del sangue e provoca la morte per soffocamento. Le prime vittime sperimentali sono 800 prigionieri russi, rinchiusi nel blocco n° 11 di Auschwitz 1. Poiché il nuovo gas “ funziona”, viene usato in maniera massiccia ad AuschwitzBirkenau. Qui sono allestiti 4 grandi blocchi, costituiti ciascuno da una lunga camera a gas e da potenti forni crematori, che servono ai bisogni interni ma che a volte vengono utilizzati anche per smaltire i “pezzi”, cioè le vittime,  provenienti da altri campi. Una settimana prima della liberazione i nazisti li faranno saltare in aria per tentare di occultare le prove dei loro misfatti e oggi ne rimangono solo poche ma eloquenti rovine. I deportati, chiusi nei vagoni blindati, arrivano alla Judenrampe, da cui a piedi si avviavano verso il campo di Auschwitz- Birkenau, distante circa 800 metri. Solo nel ’44 verranno costruiti il tratto ferroviario che prolunga il percorso, e la stazione. Il lungo edificio,  al centro del quale, fra due ali di fabbricato, si apre il varco per il binario, diventerà  l’immagine e il simbolo stesso della Shoah. I primi ebrei ad arrivare in massa sono stati i 30.000 ungheresi nel maggio del ’42, subito selezionati da un medico ed avviati al campo dove vengono sterminati . Gli ebrei provenienti dalle 28 nazioni occupate sono sottoposti tutti al medesimo trattamento: marchiatura con il numero di matricola, che diventa il loro nuovo nome. Guai a dimenticarlo, nel caso si venisse chiamati. Vengono avviati quotidianamente al lavoro per 10 –12 ore al giorno, con poco cibo, spesso in luoghi distanti anche 2 ore di viaggio dal campo, fino allo sfinimento. Il lavoro a cui sono destinati può riguardare l’attività agricola, ma è l’ estrazione e la lavorazione del carbone a impegnare il maggior numero di persone perché la zona è ricca di miniere e di insediamenti industriali, serviti dallo scalo ferroviario di Oswieciviz. Ad Auschwitz ai tedeschi è riservata la sola “vigilanza”. Il “lavoro” è affidato a tutti gli altri.I primi mucchi di morti inizialmente vengono bruciati su cataste, ma la cosa diventa impossibile con i grandi numeri successivi. E tuttavia, anche dopo la costruzione dei forni, continuò a funzionare uno spazio per i roghi. Esistevano anche due vecchie case di contadini, la “casa rossa” e la “casa bianca”, dove esistevano due camere  a gas più piccole. Parla Pietro Terracina, catturato molti mesi dopo il cugino Enzo, anche lui presente, e la sua testimonianza ci restituisce vividamente la misura del dolore, raccontando il viaggio e l’arrivo a Birkenau. Da Roma Tiburtina a Fossoli (il campo si smistamento), poi a Monaco e infine a destinazione. Uomini, donne, vecchi e bambini, stipati tra gli escrementi, perché durante gli ultimi viaggi, nel ’44, nei vagoni non c’era più neppure il bugliolo, e senza aria, venivano accolti all’arrivo da soldati armati, cani feroci e bastonate senza motivo. All’arrivo, scendendo dai diversi vagoni, tutti cercavano tutti, perché le famiglie erano state smembrate alla partenza e nessuno sapeva dove fossero i propri familiari. Pietro, per esempio, aveva viaggiato con il padre in un vagone, la madre e le sorelle su un altro, uno zio e altri fratelli, su un altro ancora. Appena arrivati gli ebrei venivano “selezionati” in due gruppi, uomini da una parte e donne e bambini dall’altra; e poi ancora in due colonne, di donne giovani e vecchie e di uomini giovani e vecchi. Tutti coloro che erano considerati inabili al lavoro erano destinati a morte immediata. Nessuno si ribellava, racconta Pietro, perché il campo con i suoi forni crematori veniva scambiato dai nuovi arrivati per un insediamento industriale in cui avrebbero dovuto prestare lavoro; e questo finiva con il tranquillizzarli,  perché speravano che sarebbero stati impiegati come operai. In realtà venivano lasciati in vita solo coloro che potevano essere utilizzati perché in buone condizioni di salute: ma il loro destino era comunque la morte, sebbene differita e per sfinimento. I sopravvissuti rappresentavano soltanto il 20% di tutti quelli che arrivavano. Gli altri venivano avviati subito alle camere a gas e la loro eliminazione era immediatamente comunicata ai parenti rimasti in vita. Questi venivano completamente rasati, forniti di casacche a righe, che erano di cotone, anche d’ inverno ( e l’inverno polacco è terribile); tatuati sul braccio con un numero di riconoscimento che doveva essere subito memorizzato, e in tedesco, pena 25 bastonate per punizione; e avviati alle attività loro destinate. Quando le baracche divenivano sovraffollate, arrivava una nuova selezione e i più deboli, i malati, i più vecchi finivano nelle camere a gas. Shlomo Venezia racconta di essersi salvato perché parlava piuttosto bene il tedesco. Così fu utilizzato, per tutti i 20 mesi del suo internamento, come addetto alla eliminazione dei cadaveri al crematorio n°4. Insieme ad altri come lui, spingeva i condannati nella camera a gas, per fare  quella “doccia” a cui ormai nessuno credeva più. Aspettava i venti minuti necessari al “servizio”, e poi cominciava a districare i cadaveri avvinghiati tra loro; rasava e recuperava i capelli delle donne; infine, su apposite barelle di ferro, infilava i corpi nelle 3 mofole del forno  n°5. Il lavoro doveva essere fatto molto velocemente perché lo spaventoso calore che fuoriusciva dalle bocche era molto pericoloso anche per chi era addetto a quel compito. Le ceneri venivano successivamente raccolte e setacciate, con lo scopo di recuperare e sminuzzare le poche ossa superstiti, affinché nessuno sospettasse della realtà; e poi caricate su camion e gettate nella Vistola. Agli osservatori della Croce Rossa, quando si presentavano all’improvviso  per le loro ispezioni, si diceva  che si trattava di concime o di mangime per i pesci. In alcuni casi, per giustificare la presenza delle ceneri che non si riusciva a smaltire in tempi brevi, venivano mostrate loro delle lettere, indirizzate e mai spedite ai parenti dei defunti, che annunciavano una morte casuale e la possibilità di poter ritirare i resti dei loro cari, cosa che, ovviamente, non si sarebbe mai verificata. Schlomo racconta che una volta trovarono una neonata ancora viva, forse salvatasi perché attaccata al seno della madre. Il tedesco a cui la portarono le sparò un colpo in testa. Questa ferocia gratuita e fredda dell’universo concentrazionario è la vera novità rispetto al secolare e diffuso antisemitismo. Gli ebrei, nel corso dei secoli e nelle varie nazioni, erano stati perseguitati ed anche uccisi. Ma  veniva comunque lasciata loro una qualche possibilità di sottrarsi ad un destino di morte, magari mediante la delazione o la collaborazione con il persecutore, potevano fuggire e ricostruire altrove una nuova vita. Nella Germania nazista invece, la maledizione genetica che colpisce gli ebrei non consente in alcun modo la salvezza, neppure quando si sono convertiti ad altre religioni; come accade a Edith Stein (filosofa, assistente di Husserl), che viene deportata nonostante vesta l’abito di suora cattolica. Il Nazismo introduce nella tradizione antisemita l’ossessione della eliminazione fisica ed essa viene perseguita ostinatamente persino quando la sconfitta tedesca si delinea con certezza. L’eleminazione prosegue, sottraendo risorse economiche e uomini anche alla guerra. I convogli che trasportano ebrei hanno la precedenza persino rispetto a quelli che vanno al fronte. Si assiste ad una “industrializzazione” del male. Altre stragi sono state numericamente rilevanti, ma nessuna è avvenuta con metodi così pianificati e scientifici. Perché tanto accanimento? Perseguitati “perché diversi e perché complicati” dice Marcello Pezzetti, storico dell’Ebraismo ed ebreo lui stesso, “sia come popolo antico, sia come popolo moderno”. Come è possibile che popoli emancipati, ricchi, colti abbiano partorito l’orrore? Il mostro è soltanto dentro lo spirito del Nazismo o cova in tutti noi? Le vicende che emergono da tutte le guerre, anche le più recenti, lasciano intravedere una risposta desolante. Dei 1023 ebrei romani, deportati il 16 ottobre del ’43, solo 147 uomini e 42 donne furono selezionati per la sopravvivenza e  avviati al lavoro.  Oggi sono presenti qui, per testimoniare il ricordo di quel giorno a Roma, Enzo e Pietro Terracina e Shlomo Venezia. Ma ci sono anche le due sorelle Bucci, che sono venute qui dal Nord Italia e raccontano la loro esperienza nei vagoni blindati:  50 persone stipate, il viaggio durato 8 giorni, e per sopravvivere solo due latte, contenenti carote e uva passa, un bidone d’acqua e un bugliolo per tutti. Anche loro sostengono che non avvenivano mai episodi di ribellione perché molti volevano credere che il viaggio serviva ad essere trasferiti in qualche territorio destinato al lavoro: o forse addirittura ad una meta che preludeva alla nascita  di una futura nazione ebraica. E all’arrivo, la solita accoglienza,  con la presenza di SS e cani feroci che terrorizzano le due bambine Bucci, che avevano all’epoca 6 e 4 anni. I bambini venivano per lo più eliminati subito, salvo essere riservati per le “ricerche scientifiche”  e gli esperimenti del dott. Mendele. Qualcuno di loro veniva però risparmiato e alloggiato temporaneamente nella “baracca dei bambini” che venivano così esibiti a mo’ di alibi quando arrivavano gli osservatori della Croce Rossa. Andra Bucci trattiene a stento le lacrime raccontando l’esperienza sua e di sua sorella, separate dalla madre e affidate, insieme ad altri bambini della baracca, a una donna che però si sarebbe affezionata molto a loro. Tanto da metterle in guardia, nel caso in cui qualcuno  venisse a chiedere se volessero rivedere la madre, perché rispondessero di no. Era infatti questo l’ennesimo orrore pensato ai danni dei bambini: quelli che  si facevano avanti attirati dalla nostalgia, invece di quanto promesso, venivano spediti nei laboratori del dottor Mendele. Le piccole, forti di quella lezione, salvarono se stesse, ma non riuscirono a trattenere un cuginetto che non avevano fatto in tempo ad avvisare. La giornata si chiude con una rapida e commossa cerimonia presso il muro dove avvenivano le esecuzioni di chi veniva torturato nel blocco 11: per lo più politici e militari sovietici.

Una corona di fiori, appoggiata alla parete che ancora mostra i fori delle pallottole, è l’omaggio che gli studenti offrono alla memoria dei caduti.

 

                                                                                                                               Prof.ssa Simonetta Madussi

 

BIBLIOGRAFIA:

Georges Bensoussan, “L’eredità di Auschwitz”, 2002, Einaudi, Torino

Riccardo Calimani, “Ebrei e pregiudizio” 2000, Oscar Mondatori, Milano

Primo Levi, “ I sommersi e i salvati” 1986, Einaudi, Torino

Amos Oz, “Contro il fanatismo”, 2003 Feltrinelli, Milano

La testimonianza di un collaboratore del dottor Mengele,  Miklòs Nyiszli

 

 

 

“Per un’attività laboratoriale nell’insegnamento della storia”

di Simonetta Madussi 
smaduss@tin.it


Se avessi dovuto scrivere questo articolo all’inizio dell’anno scolastico in corso, avrei di certo scelto un titolo diverso, del tipo : “Nasce nel Liceo Russell il Nuovo Laboratorio di Storia”.
Molte maiuscole e molta enfasi dovute all’entusiasmo per la notizia che noi insegnanti dell’area storico-filosofica, dopo molti anni di insistenti richieste e buoni ultimi rispetto a colleghi di altre discipline, avevamo finalmente ottenuto un luogo fisico nella scuola dove svolgere una attività didattica di ricerca storica. Sapevamo che l’aula identificata, idonea perché dotata di una serie di banchi a gradoni, sufficienti per due gruppi-classe, e di un video proiettore con relativo schermo di discrete dimensioni, non sarebbe stata utilizzata solo da noi e che sarebbe servita anche per accogliere durante la prima ora gli studenti in ritardo. Questo avrebbe comportato come problema il fatto di non poter usufruire dello spazio dalle 8 alle 9 del mattino e soprattutto di dover prevedere delle precauzioni di sicurezza per l’eventuale materiale (libri,cassette, CD, diapositive,cancelleria…) che si sarebbe dovuto utilizzare, tanto più che i due armadietti in esso presenti non si caratterizzano di certo come sicuri. Ma, insomma, la cosa pareva del tutto accettabile, tanto più se l’aula sarebbe stata poi attrezzata, come promesso, con un computer collegato ad internet e attrezzature relative di sicurezza.
Successivamente però l’utilizzo della stessa aula è stato parimenti concesso agli studenti del Collettivo, ad altri insegnanti ( tra cui un collega, peraltro della nostra stessa area, ma esperto anche di musica, che se ne servirà per l’attività del Coro della Scuola), ai genitori per gli incontri del loro Comitato.
Insomma l’aula è diventata “polifunzionale”, a disposizione di ogni sorta di attività per la quale risulta impossibile (?) trovare altra collocazione. Tutte le attività, ovviamente, sono di indiscutibile importanza , ma è altrettanto ovvio che in tali condizioni è giocoforza ridurre la fruizione continuativa dell’attività del laboratorio e impossibile conservare materiale didattico o audiovisivo di un certo valore. Pertanto, arrivati ad oggi, ci si serve della stanza esclusivamente per le riunioni organizzative e per qualche proiezione.
Detto questo, naturalmente, l’attività “laboratoriale” per l’insegnamento della storia è stata ed è comunque realizzata e con qualche apprezzabile risultato, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo, e malgrado le modeste risorse economiche disponibili.
La collaborazione di docenti ed esperti, interni ed esterni alla scuola, è stata realizzata nei limiti consentiti dal budget complessivo, e, come al solito, l’impegno e la buona volontà delle persone, insegnanti e studenti, hanno fatto il resto, cioè il più, in nome e in difesa del valore insopprimibile della qualità della Scuola Pubblica.
Sono state attivate pertanto varie iniziative con organismi e gruppi esterni alla scuola.
Così è avvenuto per gli incontri che alcune classi hanno avuto con esponenti delle confessioni religiose che hanno aderito alla Tavola Interreligiosa: Testimoni di Geova, Protestantesimo, Buddismo, Induismo, Ebraismo; incontri aventi come finalità la conoscenza e la comprensione reciproca di fedi religiose diverse.Si è avviata la programmazione, nello spazio teatrale dell’Istituto di uno spettacolo tenuto dal Gruppo “Chance”, sul dramma delle donne Afgane, che è ancora in fase di realizzazione. E’ stata infine organizzata la partecipazione di alcuni studenti ai seminari di ricerca organizzati dalla Biblioteca di Storia Moderna e Contemporanea. Tuttavia, le attività più significative attuate sono state quelle connesse al progetto per la ricostruzione del periodo storico compreso tra l’ ottobre del 1943 e il giugno del 1944, di cui ricorre il sessantesimo anniversario.
Ricordare tali eventi, che hanno rappresentato un momento cruciale per la storia italiana e per la “rinascita” della nazione, in tempi di cattivo revisionismo e di tentativi di strumentalizzazione, è stato ritenuto assolutamente necessario per la formazione delle ultime generazioni, sempre più distanti, cronologicamente e culturalmente da quei tragici avvenimenti. 
Già prima che arrivasse nella nostra scuola l’invito da parte dell’Assessorato a partecipare al Progetto “ Roma 1944-2004”, il Laboratorio di Storia aveva già preparato una serie di iniziative commemorative per proprio conto.
La prima era stata la partecipazione all’evento-spettacolo realizzato nel Ghetto, che ha fatto rivivere agli studenti, sull’onda delle emozioni suscitate dalle pagine di De Benedetti, il ricordo tragico della deportazione degli ebrei di Roma il 16 ottobre 1943. Un’altra è stata, il 29 gennaio, la presenza dei ragazzi di alcune classi all’iniziativa del “treno della memoria”, allestito nella Stazione Tiburtina dalla quale partivano i convogli per Auschwitz.
La notizia della pubblicazione dell’ultimo lavoro di Robert Katz, giornalista e storico americano, “Roma città aperta” è stato lo stimolo iniziale per avviare, con gli studenti delle classi quinte, il lavoro di approfondimento di eventi che sono particolarmente significativi per la nostra città durante i mesi dell’occupazione tedesca.
Subito sono stati avviati contatti con il prof. Katz, , che aveva pubblicato ad ottobre, anche nel nostro Paese, quel libro.
In esso l’Autore, fin dal 1945 attento osservatore e studioso di storia italiana, riprendeva altri suoi precedenti lavori dedicati tutti all’occupazione della città da parte dei Nazisti, ma aveva arricchito la narrazione delle vicende già note con le ultime acquisizioni emerse dai documenti, di recente desecretati , provenienti dagli archivi dell’OSS, la CIA dell’epoca.
Molto gentilmente il professore ha accettato l’invito e il 3 dicembre era nel nostro Istituto per parlare del libro e rispondere al fuoco di domande che gli studenti delle classi quinte, che lo avevano in precedenza letto, gli ponevano.
La preparazione dei ragazzi sui temi dell’Occupazione ha consentito di utilizzare al meglio il valore di un’altra iniziativa che il Laboratorio aveva deciso di avviare, quello di une serie di incontri con le studiose dell’ Irsifar, l’Istituto di Studi Storici per la Resistenza e l’Antifascismo a Roma.
Con loro abbiamo visionato alcuni spezzoni dei documentari Luce ed effettuato la visita alle Fosse Ardeatine e a Porta S.Paolo, luoghi fortemente evocativi e simbolici della storia romana.
Per ricordare questi stessi fatti il Comune di Roma ha sviluppato un “Progetto della Memoria”, dal titolo significativo “Noi ricordiamo”, a cui il nostro Laboratorio ha ovviamente aderito.
Il “Noi” è quello degli studenti a cui oggi deve passare il testimone della memoria, se non si vuole che, con la naturale scomparsa dei protagonisti di allora, si perda il ricordo di chi quei fatti li visse o li subì.
L’avvio del Progetto “Roma 1944/2004 : noi ricordiamo” ha impegnato definitivamente gli insegnanti e gli studenti, sia dal punto di vista del tempo che vi hanno dedicato sia per l’entusiasmo che i ragazzi coinvolti hanno mostrato nell’aderire e nel portare avanti il lavoro .
Le fasi del progetto, prosecuzione di un progetto già avviato precedentemente, relativo alla commemorazione degli eventi del 1943, con particolare riguardo alla Deportazione e all’Olocausto, sono state articolate secondo tre periodi:
1) ottobre ’43, culminante nell’episodio di via Rasella e della strage delle Fosse Ardeatine;
2) inverno del ’43, episodi di Resistenza, attiva e passiva, e 25 Aprile;
3) 4 giugno 1944 e Liberazione di Roma.
A conclusione dei tre momenti, le 47 scuole impegnate hanno preparato materiale originale, relativo a uno o più dei momenti indicati e costruito sulla ricerca, la scoperta o la ri-scoperta, da parte degli studenti, di persone e fatti, grandi o piccoli, avvenuti nel territorio del proprio municipio di appartenenza.
I ragazzi delle classi quinte, individuati durante un paio di incontri preliminari tra coloro che avevano mostrato maggiore interesse al riguardo, si sono dunque messi al lavoro.
In un primo momento hanno letto ciascuno uno o due dei testi indicati nella bibliografia loro fornita e in un secondo tempo hanno cercato nell’ambito delle varie istituzioni presenti sul territorio, i testimoni o i protagonisti di allora ancora in vita.
Un aiuto risolutivo, per esempio, è venuto dalla Cooperativa Tranvieri “Il Giardinetto” di via Orvieto e dalla sede DS della Piazza dell’Alberone, che hanno fornito materiale per le ricerche e indirizzi delle persone da intervistare.
La prima scadenza, quella del 23 Marzo, ha raccolto i primi venticinque studenti intorno alla realizzazione del primo lavoro, da presentare, come richiesto, per quella data a Palazzo Barberini, davanti al Sindaco di Roma e all’Assessore alle politiche Scolastiche.In appena quattro o cinque incontri di due ore ciascuno, i ragazzi sono riusciti a distillare, dalle loro letture e dalle interviste raccolte, le due pagine (il tempo massimo a disposizione di ciascuna scuola era previsto intorno ai sei-otto minuti) della “performance” che segue, di cui hanno scritto quasi di getto il testo, con una partecipazione e una capacità di emozionare ed emozionarsi, che mi hanno stupito. 
Lo hanno poi limato, e direi “scarnito”, da ogni residuo di retorica, hanno immaginato la coreografia del Monumento funebre delle Fosse Ardeatine, formato dai loro stessi corpi, e hanno scelto per il sottofondo musicale la “Ninna nanna” scritta da Don Morosini e ritrovata a via Tasso.
Una studentessa ha realizzato il disegno dell’Imbuto ispirandosi al passo di Alessandro Portelli.
La rappresentazione è avvenuta nel giorno previsto ed ha riscosso, bisogna dire senza falsa modestia, un notevole successo. E’ piaciuto, oltre alla qualità e alla dignità dei dialoghi, l’effetto emozionale comunicato dalla simulazione, con i corpi degli studenti, delle tre figure di martiri del monumento statuario che sorge all’ingresso delle Cave Ardeatine , e dei mucchi dei cadaveri, legati due a due, che li circondavano.
I ragazzi erano vestiti tutti di nero, con i volti imbiancati di farina, a simulare la polvere dell’esplosione, e si distinguevano soltanto per qualche accenno simbolico ai caduti che celebravano: qualche fazzoletto rosso per i morti delle organizzazioni comuniste, azzurro per i badogliani, un cappello da carabiniere e una stella gialla.
Il lavoro intanto prosegue in vista delle altre scadenze .
Il prodotto finale sarà presentato alla festa che il Comune di Roma realizzerà a Piazza Venezia il 4 giugno, e esposto nella Mostra, appositamente organizzata, che vedrà al centro dell’interesse gli studenti delle Scuole coinvolte e la esposizione dei loro lavori.
Per quella data cercheremo di realizzare con il disegno dell’imbuto un manifesto celebrativo, a ricordo della Liberazione di Roma e della ferma volontà di ricordare drammi e sentimenti che quel disegno intende esprimere.

Quando si riportarono alla luce i corpi, in agosto e dopo quattro mesi, ci si trovò di fronte ad una situazione terribile, i corpi erano letteralmente appiccicati l’uno all’altro… racconta il nipote di don Pietro Pappagallo, una delle vittime, che parlando una volta in una scuola, aveva detto ai ragazzi che era stato come se avessero preso don Pappagallo e il suo compaesano ed amico Gioacchino Gesmundo, che era un dirigente del partito comunista e un’altra delle vittime, li avessero messi in un imbuto e una volta che queste due persone fossero uscite dall’imbuto, non fosse stato più possibile distinguere il prete dal comunista.
E’ straordinaria questa figura dell’imbuto, è il luogo in cui tutte le storie di Roma vanno a finire, e nello stesso tempo rappresenta l’idea che i corpi si dovessero staccare l’uno dall’altro per potergli dare un nome
…”


OMBRE
(Frammenti di storia)

Ideato dagli studenti dell’Istituto Superiore Statale Liceo Classico Sperimentale "Bertrand Russell" di Roma

SCENA I
La scena si apre su un vicolo buio dov’è e posta una lapide (nello specifico quella di Armando Ottaviano).Alla sinistra della lapide una posa plastica di 8-15 persone simula un mucchio di cadaveri. .Sono tutti vestiti di nero e identificabili solo per alcuni oggetti (cappelli, fazzoletti ecc) che indossano. La “ninna nanna” scritta in carcere da Don Morosini fa da sottofondo:a volume percepibile in apertura e in finale di scena, appena udibile durante il colloquio. Entrano da destra un ragazzo e una ragazza per mano e si dirigono verso il lato opposto del palco. All’incirca a metà strada (all’altezza della lapide) il ragazzo (che sta all’interno) si ferma e si china ad allacciarsi la scarpa; nel frattempo la ragazza si gira di ¾ e si fissa sulla lapide che legge: 

RAGAZZA 
…Armando Ottaviano…nella lotta contro il nazifascismo, cadde trucidato alle Fosse Ardeatine.
Il primo ragazzo finisce di allacciarsi le scarpe e si rialza, si aggiusta un po’ poi guardando la lapide; si ferma per leggere l’iscrizione.

RAGAZZO 
Caduto contro il nazifascismo.. che coraggio… da eroi.

OMBRA I 
Eroi, mica avevamo in mente di essere ricordati come eroi, noi. Avevamo paura e tanta, come tutti. Ma su questa vinceva la necessità, il bisogno di rispondere ad un dovere civile, il bisogno di libertà! No, non eravamo eroi, eravamo operai, intellettuali, panettieri, tranvieri. Io ero liberale e per un periodo ero stato anche affascinato dalla ideologia fascista, appartenevo all’Arma dei Carabinieri..

RAGAZZO 
Ma se eri nell’esercito perché combattevi? Il re e il duce, non erano i tuoi capi? 

OMBRA I 
Io prestai giuramento di difendere l’Italia; ma cosa credi che sia l’Italia ragazzo? una bandiera con tre bande colorate? Quei quattro politicanti che la governano? Beh, se è così sei fuori strada! L’Italia sono le persone, ragazzo, il tuo vicino di casa, quello che incontri sull’autobus, quello con cui giochi al campetto la domenica, la ragazza per cui ti palpita il cuore, la tua famiglia… è per difendere loro che sono entrato nell’Arma, è per difendere loro che sono morto…

RAGAZZA 
Credevo che solo i comunisti avessero fatto la resistenza…

OMBRA II 
O beh, noi c’eravamo e in molti, ma non eravamo certo gli unici a combattere… imperdonabile, non mi sono ancora presentato:sono proprio Armando Ottaviano, caduto alle Fosse Ardeatine.

OMBRA I 
Toh, l’erba cattiva non muore mai, vero! (Scoppia in una fragorosa risata, e si abbraccia con la seconda ombra, che ride e ricambia)

RAGAZZO 
Prima hai detto che sei morto per difendere la tua famiglia e la tua gente ma, chi non combatteva, che rischi poteva correre?

OMBRA II 
Tu non hai vissuto in quel periodo, non erano bei tempi; chi si discostava anche di poco dai dettami del regime veniva fucilato senza tanti complimenti; chi era anche solo sospettato veniva torturato.

OMBRA I 
E quando arrivarono i nazisti le cose peggiorarono: non fu una collaborazione ragazzo, fu una vera e propria occupazione; io combattei a porta S. Paolo; sono finito alle Fosse Ardeatine perché mi rifiutai di cedere le armi ai tedeschi.

RAGAZZA 

E tu per cosa combattevi? (Rivolta all’ombra II)

OMBRA II 

Per la gente, e per un ideale

RAGAZZO 
Quale?

OMBRA II 
La libertà, ragazzo, e per il mio diritto di esporre e far valere la mia idea, così come per quello degli altri di esporre la loro, anche se diversa.

RAGAZZO 

Tu quindi non lottavi per ragioni di partito ?

OMBRA II 
Io collaboravo con il Gap centrale in cui si trovavano anarchici, liberali, popolari, militari, e anche qualche agente americano… il problema di quale forma dare al nuovo stato ancora non ce lo ponevamo, l’importante era poter decidere del nostro destino

RAGAZZA 
E siete stati uccisi per questo…

OMBRA III 
Oh ma non è solo questo il peggio…io ero macellaio e sai quale fu la mia colpa? Essere ebreo, e per questo morii in quella cava di tufo insieme a mio padre e ai miei fratelli… (fa una pausa e poi con un misto di rabbia e tristezza) mio fratello aveva appena 17 anni.

RAGAZZO 
Così giovane!

OMBRA IV 
Già ed anche più giovani, persino di 14 anni…io ne avevo 18, smisi di studiare dopo che il mio professore, Raffaele Persichetti, cadde nella difesa di porta S. Paolo.

RAGAZZO 
Non posso crederci… e tu come ci sei finito alle fosse Ardeatine, facevi parte della resistenza?

OMBRA IV 
Sì, ma non come combattente, la resistenza non è stata fatta solo combattendo: Chiunque abbia scelto di aiutare i perseguitati dal regime, chiunque abbia diffuso notizie ed idee, chiunque abbia messo a rischio la sua vita per salvarne altre, o abbia contribuito con gesti, di una umanità e semplicità incredibili, ha permesso che quella tragedia finisse.

RAGAZZA 
Non avrei mai creduto che uomini così diversi potessero rischiare per questo la vita.

OMBRA IV 
Uomini…e donne.

RAGAZZA 
Vuoi dire che anche le donne hanno preso parte alla resistenza?

OMBRA IV 
Sì, chi combattendo, chi con incarichi simili ai miei.

RAGAZZO 
Eppure sembra tutto così lontano nel tempo… ne resta solo una lapide… che cosa possiamo fare perché il vostro sacrificio non vada perduto?

OMBRE

Ricorda! chi eravamo e quale follia abbiamo combattuto; così che si conosca l’errore , e non lo si ripeta, così che si sappia che la libertà va difesa, e non si rischi di perderla; E rifletti, così che esista ancora chi non è disposto a “eseguire senza discernere”, così che esista ancora chi provi a capire prima di giudicare, così che esista ancora chi ha la capacità di indignarsi quando ad un altro uomo venga negata la dignità… e noi sapremo di non essere morti invano…

Le ombre escono tutte, i due ragazzi restano soli a fissare la lapide commemorativa, si abbracciano ed escono di scena.